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Il foulard perduto e il successo dei Cerea

Il foulard perduto e il successo dei Cerea

Il segreto del successo della famiglia Cerea “Da Vittorio” si rivela inaspettatamente durante la gran festa per i sessant’anni dalla fondazione, ieri sera alla Cantalupa di Brusaporto, nei pressi di Bergamo, quando la signora Bruna, elegantissima con un abito dritto a décolleté di tulle ricamato di cristalli, si china nella leggerezza dei suoi ottant’anni a raccogliere il foulard di un’ospite scivolato a terra e alla signora imbarazzatissima per essere arrivata sul capo in seconda battuta rispetto a quella donna piccola e agilissima che nemmeno sfoggia la spilletta di cavaliere del lavoro, ribatte che per lei l’ospitalità è sacra, se si stia divertendo e grazie davvero di esserci. Decisamente, la legge di Zeus che il mondo ha scoperto l’altro ieri col film di Nolan alligna ancora da qualche parte, e spiega anche il motivo per il quale, archiviati gli aneddoti un po’ guasconi raccontati da Chicco Cerea nei giorni scorsi al Corriere sul numero di cannoncini alla crema ingollati da Barack Obama e i bis di risotto della regina Elisabetta, il piccolo ristorante aperto da Vittorio Cerea nei primi Anni Sessanta attorno a un’intuizione geniale – portare il pesce fresco a genti abituate nel migliore dei casi allo stracotto della domenica, polenta de rigueur - sia diventato quello che si dice un “piccolo impero” da 120 milioni di fatturato e 1.400 collaboratori, dunque neanche troppo piccolo.Poco meno della metà della cifra sono originati dalla “ristorazione esterna”, come i Cerea chiamano il catering, un po’ per eleganza (l’inglese a tutti i costi è diventato il segno di riconoscimento di quelli che sul curriculum segnalano l’università della strada), un po’ per segnalare che le tre stelle Michelin valgono anche per i paccheri, piatto di riferimento della famiglia al punto da essere stato declinato da oggi in poi in dolce “a imitazione di”: cioccolato bianco e salsa di fragole. E che la “ristorazione esterna” sia diventato uno dei punti di forza di Vittorio, insieme con tutte le sue sigle derivate, i suoi piani strategici e le sue collaborazioni, Esselunga inclusa, è apparso evidente anche dal numero di imprenditori, manager, docenti universitari ed esponenti del mondo calcistico accorsi a godersi le oltre quaranta isole gastronomiche disseminate lungo i principali spazi della tenuta, il concerto della Filarmonica di Milano e un’infinita serie di attrazioni, modello Paese di Bengodi boccaccesco, con rivoli effettivi di panzerotti, maccheroni, pesce e verdure preparati dai migliori chef italiani di strada e non. Abbiamo visto il presidente di Milano Unica Ercole Botto Poala riempirsi il piatto di costine, la pr dell’eleganza Antonella Asnaghi attendere trepidante in fila un panzerotto, in genere tutti i mille ospiti lamentarsi della propria debolezza di fronte alle ghiottonerie e alla prova provata che la moda, di cui Vittorio è da decenni ristoratore di riferimento per ogni evento, sfilata e cena, mangia e anche a quattro palmenti appena gliene sia offerta l’occasione e la scusa.Abbiamo visto e notato anche molto altro. Per esempio, l’intesa fra Remo Ruffini, entrato di recente nel capitale di Vittorio con Our Group, e Silvio Campara di Golden Goose, il gruppo dei prof bocconiani capitanati da Maurizio Dallocchio e quello dei grandi vignaioli guidati da Lamberto Frescobaldi e Vittorio Moretti con la figlia Carmen, neo-vicepresidente di Altagamma, l’affetto di Davide Oldani per quelli che dovrebbero essere i suoi concorrenti, ma anche lo charme sottotono di Pier Luigi Loro Piana. Anche lui, come la signora Bruna, del tutto esente dal bisogno di farsi notare o riconoscere. Di tutti i nomi indicati in queste righe, non se n’è trovato uno nel comunicato ufficiale del giorno successivo. A differenza, ahinoi, di quanto fa la moda, anche per una cena di venti persone.

1 hour ago

Saggio: "Per il Piano Mattei è l'anno della maturità. Progetti da oltre 550 milioni con la Banca Mondiale"

Saggio: "Per il Piano Mattei è l'anno della maturità. Progetti da oltre 550 milioni con la Banca Mondiale"

Siamo nel terzo anno di operatività del Piano Mattei. È l'anno che definirei della maturità: risultati misurabili sul terreno, un'architettura finanziaria definita e una collaborazione internazionale consolidata, soprattutto con l'Unione europea e le principali istituzioni finanziarie internazionali e di sviluppo. Così ha parlato Fabrizio Saggio, Coordinatore della Struttura di Missione per l'attuazione del Piano Mattei, nel corso dell'audizione davanti alle Commissioni riunite Affari esteri e Difesa del Senato e Affari esteri e Comunitari della Camera, sulla terza relazione annuale al Parlamento sullo stato di attuazione del Piano Mattei per l'Africa. È evidente – ha detto – che il Piano non può andare avanti e crescere solo come Italia: deve internazionalizzarsi. Il perimetro del Piano, ha spiegato Saggio, è passato dalle nove nazioni della fase iniziale alle diciotto attuali, in linea con l'approccio incrementale promosso sin dall'origine della Strategia e l'ultimo rapporto Sace registra significativi aumenti dell'esportazione proprio nei diciotto paesi destinatari del Piano Mattei, con un aumento del 4,1 per cento rispetto all'anno precedente. Inoltre il comitato tecnico del Fondo italiano per il Clima, dalla data del suo insediamento, ha deliberato quindici interventi in Africa di cui un miliardo di euro di progetti nei soli ultimi dodici mesi.Saggio ha ricordato che, durante la presidenza italiana del G7, per la prima volta abbiamo dedicato una sessione ad hoc all'Africa e la presidenza francese ha adottato quest'anno, anche su richiesta italiana, una dichiarazione settoriale sul sistema delle partnership internazionali, citando e menzionando come riferimento il Piano Mattei come modello di partnership con l'Africa. Sul piano finanziario, Fabrizio Saggio ha illustrato l'avvio della conversione di circa 269 milioni di euro di crediti bilaterali vantati dall'Italia verso nazioni africane a basso o medio reddito in progetti di sviluppo concordati con i paesi partner. La nostra azione di conversione del debito risponde alla necessità di trasformare passività finanziarie in investimenti reali sul capitale umano e sulle infrastrutture, ha detto, sottolineando come questa sia una scelta strutturale e non affidata a iniziative singole, in pieno coordinamento con la Farnesina e il ministero dell’Economia. Saggio ha anche ricordato che l’azione della Struttura di Missione del Piano Mattei ha portato alla piena operatività degli strumenti dell'architettura finanziaria del Piano: la Mattei Plan and Rome Process Financing Facility con la Banca Africana di Sviluppo (quindici progetti in corso per oltre cento milioni di finanziamento); la Growth and Resilience Platform for Africa (GRAF) gestita da CDP; il Plafond Africa, che consente a Cassa Depositi e Prestiti di impegnare fino a 500 milioni di euro di risorse proprie; e la Misura Africa di Simest con oltre cento milioni di euro a favore delle pmi italiane.Sul fronte multilaterale, Fabrizio Saggio ha poi ricordato la mobilitazione di circa quattro miliardi di euro in garanzie da parte di Sace e ha quantificato in oltre 550 milioni di euro i progetti avviati in sinergia con la Banca Mondiale, tra cui il programma Ascent in Mozambico, il sostegno al bilancio in Kenya e in Etiopia, e in quasi 200 milioni di euro i progetti realizzati con la Banca Africana di Sviluppo, tra cui il Lobito Economic Corridor Development in Angola. Si tratta di collaborazioni strategiche che garantiscono un significativo effetto leva con meccanismi che prevedono cofinanziamenti e mobilitazioni di importanti risorse aggiuntive. Oltre 280 milioni di persone in Africa soffrono di sottoalimentazione e più del 95 per cento dell'agricoltura continentale dipende ancora dalle precipitazioni stagionali. La popolazione africana, ha ricordato Saggio, ha raggiunto secondo le stime delle Nazioni Unite 1,55 miliardi di persone, in gran parte giovani. Tuttavia, secondo l'Unicef, un bambino su cinque continua a essere fuori dal sistema scolastico e, in base ai dati della Banca mondiale, solamente il 68 per cento della popolazione ha accesso ai servizi di base. Di fronte alla portata di queste sfide, chiaramente tutte interconnesse tra loro, è necessario un approccio strutturale, di ampio respiro e di lungo periodo.Nei prossimi dodici mesi, ha annunciato il Coordinatore, l'azione del Piano Mattei per l'Africa proseguirà con un'attenzione particolare ai settori dell'acqua, della formazione e dei minerali critici. L'obiettivo per il secondo semestre del 2026 è quello di incrementare le iniziative con almeno altri 500 milioni di euro di finanziamenti per progetti nei settori di energia, acqua e infrastrutture, sulla base delle richieste che ci provengono dal continente africano.

2 hours ago

Il problema non sono i troppi ministri laureati in università d’élite, ma che da noi non esistono le università d'elite

Il problema non sono i troppi ministri laureati in università d’élite, ma che da noi non esistono le università d'elite

Già serpeggia un po’ di scandalo attorno all’esecutivo nuovo di pacca di Andy Burnham, poiché la compagine governativa presenta, rispetto a quella uscente, una più elevata percentuale di ministri laureati in università d’élite, addirittura il 55 per cento fra Cambridge e Oxford. Bel governo di sinistra, dicono i malpensanti, se è così smaccatamente fondato sul privilegio. Io che sono più modesto non mi esprimo al riguardo, preferendo giudicarne la riuscita su ciò che i ministri faranno nei prossimi mesi e non su ciò che facevano quando avevano dieci o vent’anni. Mi limito invece ad applicare lo stesso criterio sull’Italia e no, non contando quali e quanti ministri abbiano studiato e dove. Mi domando piuttosto: per noi è importante sapere cos’ha studiato chi ci governa? Direi di no, a giudicare dal fatto che abitualmente lo ignoriamo.Disponiamo davvero di università d’élite, non dico comparabili a Cambridge e a Oxford (che alle nostre latitudini nemmeno distinguiamo fra loro), ma almeno formalmente riconosciute come di qualità superiore rispetto alla media? Macché: col valore legale della laurea, un’università vale l’altra, quindi non c’è bisogno di sforzarsi per primeggiare. Non stupiamoci poi se, chissà da quanto, prima o poi viene sempre fuori che questo o quel ministro non conosce la geografia, non è in grado di fare di conto, si fida di baggianate pseudoscientifiche, ignora la storia e parla un italiano da fureria. Certo, avere un governo composto da ministri che hanno studiato sarebbe davvero un bel privilegio: non per loro, ma per noi.

2 hours ago

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Giorgetti: “Carlo Comporti all'Esma. Abbiamo vinto”

Giorgetti: “Carlo Comporti all'Esma. Abbiamo vinto”

Carlo Comporti sarà il prossimo presidente di Esma, la Consob europea. Lo annuncia Giorgetti alla Camera: “Abbiamo vinto. Ci lavoravamo da quattro mesi”. Un italiano va a guidare una delle più importanti autorità di controllo europeo. Anche se il processo non è ancora concluso, il voto decisivo di oggi è un riconoscimento alla persona e all’Italia. L’Esma infatti ricopre un ruolo strategico e in futuro è destinata a svilupparsi come Consob europea”, ha proseguito il ministro dell’economia e delle Finanze: “Sono soddisfatto per il risultato di oggi, frutto del metodo di lavoro che adottiamo dall’inizio di questa legislatura e conferma della ritrovata credibilità in Europa del nostro paese e del governo”. La nomina di Comporti all'ente che controlla i mercati finanziari europei è stata sostenuta dal titolare del Mef con gli altri ministri delle Finanze, con telefonate a favore di Comporti, costruita a margine delle riunioni dell'Eurogruppo.

3 hours ago

Trump inizia una nuova guerra dei dazi. L'escamotage per aggirare la Corte Suprema

Trump inizia una nuova guerra dei dazi. L'escamotage per aggirare la Corte Suprema

Oggi entrano in vigore i dazi al Brasile, ieri sono stati annunciati dazi al Canada, ma non saranno solo Canada e Brasile. Ben 60 economie stanno infatti per venire colpite da un rilancio della guerra commerciale che Trump si appresta a lanciare con il pretesto del lavoro forzato. Venerdì a mezzanotte scadono infatti i dazi temporanei del 10 per cento che il 20 febbraio la Casa Bianca aveva imposto, subito dopo la decisione della Corte Suprema di annullare gli altri dazi che Trump aveva deciso il 2 aprile 2025 in quello che aveva definito “Liberation Day”, per non essere stati approvati dal Congresso. La Section 122 del Trade Act del 1974 autorizza infatti il Presidente a imporre dazi fino al 15 per cento o a stabilire quote sulle importazioni senza approvazione del Congresso, per rispondere a problemi di gravi crisi della bilancia dei pagamenti o rapidi deprezzamenti valutari. Ma solo per un massimo di 150 giorni.Esaurito quell'escamotage, e senza possibilità di farsi dare autorizzazioni dal Congresso, Trump ha dunque pensato alla Sezione 301 della stessa legge, che autorizza il presidente ad adottare tutte le misure ritenute opportune, tariffarie e non, per affrontare ogni tipo di azione, di politica o di pratica sleale di un governo straniero che danneggi il commercio degli Stati Uniti. Il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha previsto ieri che Washington adotterà nuove misure tariffarie “presto”, senza specificare le date. Dopo audizioni pubbliche tenutesi il 7 luglio, con testimonianze di governi, industrie e gruppi imprenditoriali, l'Ufficio del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti ha infatti stabilito che 60 economie non hanno né vietato né applicato efficacemente sanzioni contro l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato.Le tariffe sarebbero suddivise in due livelli: 10 per cento per i paesi con divieti parziali, tra cui Canada, Unione europea, Messico, Regno Unito e Taiwan; e 12,5 per cento per le economie prive di una legislazione in materia, categoria che comprende Cina, India e Giappone, oltre a una quarantina di altri paesi. “Gli Stati Uniti hanno leggi che vietano il commercio di merci prodotte con il lavoro forzato. La maggior parte degli altri paesi non le ha, e quelli che le hanno non le applicano effettivamente”, ha dichiarato Greer. L'Unione Europea aveva già definito “ingiustificate” le tariffe imposte sulla base di tale argomentazione.A parte i dazi annunciati contro il Canada, che impongono il 50 per cento sulla maggior parte dei prodotti del vicino del nord ed entreranno in vigore il 19 agosto, è appunto entrata in vigore una tariffa del 25 per cento sulla maggior parte dei prodotti brasiliani, anch'essa ai sensi della Sezione 301, a seguito di un'indagine durata un anno su pratiche commerciali sleali in settori che vanno dal commercio digitale all'accesso al mercato dell'etanolo. La Camera di Commercio americana per il Brasile ha avvertito che il provvedimento incide su oltre 11 miliardi di dollari di esportazioni e colloca il Paese tra quelli che affrontano “le condizioni più restrittive per l'accesso al mercato statunitense”. “Le pratiche commerciali sleali del Brasile hanno impedito ai lavoratori e ai produttori americani di accedere a questo importante mercato”, ha dichiarato Greer, in un comunicato. Tra le preoccupazioni sollevate dagli Stati Uniti figurano misure considerate dannose per il commercio digitale, la “concorrenza sleale” relativa al sistema di pagamento elettronico statale PIX e il trattamento preferenziale che il Brasile concede a partner come Messico e India. L'amministrazione Trump ha respinto l'ipotesi che l'indagine fosse politicamente motivata e ha avvertito che qualsiasi ritorsione potrebbe portare a ulteriori contromisure.Caffè, carne bovina e componenti aeronautici sono esenti. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha respinto il provvedimento definendolo infondato e ha annunciato che lo contesterà dinanzi all'Organizzazione Mondiale del Commercio, citando un surplus commerciale cumulativo di 424,5 miliardi di dollari tra Washington e il Brasile in quindici anni, secondo i dati del governo statunitense. L'indagine sul lavoro forzato potrebbe aggiungere un ulteriore 12,5 per cento, portando il totale al 37,5 per cento, alla vigilia delle elezioni presidenziali di ottobre. Il figlio di Bolsonaro Flávio, principale avversario di Lula, aveva scritto a Trump per chiedergli di sospenderle, senza alcun esito. Gli avversari lo hanno subito ribattezzato TariFlávio.

4 hours ago

Israele-Libano, nuovi colloqui il 4 agosto a Roma

Israele-Libano, nuovi colloqui il 4 agosto a Roma

Ci sarà una nuova tranche di colloqui tra Israele e Libano a Roma, il prossimo 4 agosto. Lo ha annunciato oggi il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel corso di una audizione con il ministro della Difesa Guido Crosetto davanti alle Commissioni Esteri e Difesa riunite di Camera e Senato.Il primo round di dialogo, che si è svolto la settimana scorsa presso l’ambasciata degli Stati Uniti, era stato proposto da Tajani, prima al suo omologo israeliano Gideon Sa’ar e al presidente libanese Joseph Aoun e infine al segretario di stato degli Stati Uniti, Marco Rubio. Il vicepremier ha parlato positivamente degli incontri, affermando che sono stati fatti “importanti passi avanti nella definizione delle prime zone pilota, da cui partirà il ritiro delle Forze armate israeliane e l'avvicendamento con le Forze armate libanesi”.Sembra dunque funzionare per ora il ruolo dell’Italia come mediatore, una posizione resa credibile da relazioni solide con entrambe le parti e dalla storica partecipazione italiana alla missione Unifil. Questo ultimo elemento rischiava tuttavia di creare diffidenza da parte israeliana, dal momento che Tel Aviv e Washington hanno recentemente espresso pareri contrari rispetto alla possibilità che la missione Onu si occupi delle operazioni di monitoraggio. Il dialogo invece procede: per consolidare questo percorso serve innanzitutto un quadro regionale stabile. Di fronte a una crisi che si trascina da tempo, siamo convinti che la diplomazia resti l'unica strada percorribile, sono state le parole del capo della Farnesina.Durante l’audizione, centrata sul vertice Nato di Ankara di inizio luglio, Tajani ha annunciato anche un’altra iniziativa riguardante il Medio Oriente: il 28 e 29 luglio il vicepremier presiederà a Roma, insieme al ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan Al Saud, una riunione dell'Alleanza globale per la soluzione a due Stati. “Daremo nuovo impulso alla Dichiarazione di New York che abbiamo sottoscritto l'anno scorso. La riunione avrà una forte componente dedicata al dialogo interreligioso, che è un tema a cui siamo molto sensibili, cruciale per rafforzare la prospettiva di pace”, ha dichiarato Tajani.A novembre, infine, Roma ospiterà anche la prima riunione del 'Gruppo degli Amici del Golfo' con i Ministri del Commercio della regione, al fine di “rafforzare l'export delle nostre imprese, le relazioni commerciali e gli investimenti con quei Paesi”.

5 hours ago

Trump vorrebbe Gianni Infantino alla guida dell'Onu

Trump vorrebbe Gianni Infantino alla guida dell'Onu

Il New York Post scrive che Donald Trump vorrebbe Gianni Infantino alla guida delle Nazioni Unite. Il presidente della Fifa, secondo fonti vicine alla Casa Bianca, sarebbe rispettato ovunque nel mondo e capace di unire le persone come pochi altri. Tra le fonti citate dal quotidiano anche Paolo Zampolli, diplomatico a lungo ambasciatore presso il Palazzo di Vetro. Il mandato di António Guterres scade a dicembre, e tra i papabili circolano nomi definiti da un addetto ai lavori deboli. Per ottenere l'incarico Infantino dovrebbe passare da due filtri: l'endorsement dei quindici membri del Consiglio di sicurezza, dove il veto di Cina e Russia resta l'ostacolo maggiore, e poi l'approvazione dell'Assemblea generale.C'è anche la questione geografica. Infantino, europeo come il portoghese uscente, dovrebbe superare la regola non scritta della rotazione continentale, che vorrebbe il prossimo segretario generale latinoamericano. Due mandati consecutivi dallo stesso continente sarebbero un'anomalia, anche se non un unicum: è già successo con l'Africa, tra Boutros Ghali e Kofi Annan, ma solo perché Washington aveva bloccato la conferma dell'egiziano. Non è chiaro se Infantino sia realmente interessato al ruolo, né se Trump gliene abbia già parlato. Certo è che il taglio sarebbe drastico: alla Fifa lo svizzero guadagna oltre cinque milioni di euro l'anno, contro i circa 366mila dello stipendio da segretario generale. Infantino, peraltro, ha già annunciato la propria ricandidatura alla presidenza Fifa per le elezioni del marzo 2027.Mentre a New York si scrive di promozioni, in Spagna si consuma la resa dei conti. Javier Tebas, presidente della Liga, non usa mezzi termini: Infantino ha fatto il suo tempo, dice, e la Fifa danneggia il calcio per i propri interessi. Il caso Balogun, la squalifica dell'attaccante americano revocata dopo l'intervento della Casa Bianca, resta la ferita più recente, e per Tebas è solo la punta dell'iceberg. Ai Mondiali, aggiunge, la Fifa ha imposto ventisette minuti di intervallo quando le serviva, spacciando per pause di idratazione quelli che erano in realtà spazi pubblicitari: negli stadi di Dallas, Los Angeles e Atlanta, dice, l'aria condizionata funzionava così bene da costringerlo a indossare un maglione in tribuna, segno che il caldo non giustificava affatto quelle pause. Nessuno si candida contro Infantino alle elezioni Fifa di novembre, ammette Tebas, ma il sistema che lo sostiene è malato alla radice: complici attivi chi collabora, complici passivi chi tace.

5 hours ago

Caso Delmastro. No della Giunta all'acquisizione delle chat tra lui e Caroccia. Il M5s occupa i banchi del governo

Caso Delmastro. No della Giunta all'acquisizione delle chat tra lui e Caroccia. Il M5s occupa i banchi del governo

La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha ha bocciato la richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, coinvolto in un'inchiesta per riciclaggio e false intestazioni e ritenuto legato al clan di camorra Senese. Lo stop alla richiesta dei pm arriva con l'approvazione della relazione della maggioranza: il centrodestra ha votato a favore della proposta del relatore del testo, l'azzurro Pietro Pittalis, negando l'autorizzazione al sequestro della corrispondenza. Il centrosinistra ha votato contro. Dopo il voto della giunta la pratica passa all'Aula di Montecitorio che emetterà il verdetto definitivo.Intanto è scoppiata la polemica e il Movimento 5 stelle ha occupato i banchi del governo nell'Aula del Senato: Le giunte delle autorizzazioni di Camera e Senato sono diventate organi scudificio per i politici del centrodestra, la maggioranza respinge qualsiasi richiesta dei magistrati a prescindere da ogni valutazione di merito, hanno detto i componenti pentastellati. Ieri il presidente del Movimento Giuseppe Conte aveva sfidato la maggioranza a non scudare il deputato, oggi è intervenuto con un video: È incredibile! Hanno messo lo scudo. Lo scudo per proteggere i cittadini contro il crollo degli stipendi? Contro il carovita? Contro il carburante alle stelle? Ma figuriamoci! Poco fa in Parlamento la Giunta per le autorizzazioni a procedere ha scudato Delmastro di Fratelli d'Italia. E lancia l'hashtag: FUORILECHAT: Ci facciano almeno una cortesia: la smettano di parlare di legalità, di trasparenza! La smettano di dire che la loro azione politica si ispira alle idee e al pensiero di Borsellino! Dopo il salvataggio della Santanchè avete perso un'altra volta la faccia. Vi aspettiamo in Aula su questa vergognosa decisione. Vi daremo battaglia.

6 hours ago

Perché Lavitola ha ragione a chiedersi come sia possibile che non sia stato arrestato

Perché Lavitola ha ragione a chiedersi come sia possibile che non sia stato arrestato

Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato. Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. E, indirettamente, spiega anche la motivazione giuridica delle esigenze cautelari, quando racconta che vorrebbe tanto parlare con l’amico Ranucci ma “l’avvocato continua a dire che sarebbe inquinamento delle prove”. Ma questo è esattamente ciò che è già accaduto.Durante la perquisizione, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari, Lavitola ha inviato dei messaggi alla sua presunta vittima. E dopo la perquisizione i due hanno parlato per ore al telefono. Lavitola parla con tutti: con la presunta vittima, con il presunto complice ora in Camerun che avrebbe ingaggiato i bombaroli e con i giornalisti pressoché quotidianamente. Ma non con i pm, che non hanno chiesto le misure cautelari di Lavitola e da qualche giorno si lamentano – attraverso i giornali, come Lavitola – che il loro sospettato principale starebbe depistando le indagini attraverso le interviste che rilascia dal suo ristorante.E’ una situazione abbastanza singolare, o meglio, surreale. Si tratta dell’unico caso nella storia italiana di un indagato per strage aggravata dal metodo mafioso in libertà, non perché latitante ma perché a piede libero e a bocca aperta. Il presunto commando di bassa manovalanza che ha messo la bomba al conduttore di “Report” è agli arresti, mentre il loro presunto mandante no: è libero di comunicare con la vittima e con il resto del mondo, mandando messaggi sinceri o interessati, più o meno trasversali, a mezzo stampa.Alla fine le cose che di questa indagine non si spiega Lavitola sono le stesse che non si spiega il resto del paese. Perché due sono le ipotesi: o la procura l’ha indagato e perquisito sulla base di indizi evanescenti che non giustificano l’arresto, dandolo in pasto all’opinione pubblica come attentatore dell’amico, oppure se l’indagine è seriamente fondata su delle prove non si comprende perché non siano scattate anche le misure cautelari. Non ci sono altre opzioni. E purtroppo non c’è una spiegazione della procura a nessuna di queste due alternative.

7 hours ago
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L'Arabia Saudita ha trovato un accordo con gli Stati Uniti sul nucleare

L'Arabia Saudita ha trovato un accordo con gli Stati Uniti sul nucleare

Washington sta per riscrivere le regole della non proliferazione nucleare per fare un favore all'Arabia Saudita. L'Amministrazione Trump è pronta a sottoporre al Congresso un 123 Agreement con Riad che non prevede le due garanzie che gli Stati Uniti hanno sempre considerato non negoziabili: il divieto di arricchire uranio e riprocessare plutonio sul proprio territorio (il cosiddetto Gold Standard) e l'adesione al Protocollo aggiuntivo dell'Aiea, che consente all'agenzia ispezioni intrusive anche nei siti non dichiarati.Il nome 123 Agreement viene dalla Sezione 123 dell'Atomic Energy Act del 1954, la legge che da settant'anni regola la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti con altri paesi. Senza questo accordo, aziende ed enti americani non possono lavorare con controparti saudite sul nucleare civile. Il testo sarà firmato dal segretario all'Energia Chris Wright e dal ministro dell'Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, che avevano già siglato un'intesa preliminare a Riad l'anno scorso. Secondo il Wall Street Journal, Trump ha già dato l'approvazione formale: l'accordo durerebbe trent'anni e affiderebbe a società americane – a partire da Westinghouse – un ruolo centrale nello sviluppo dell'infrastruttura nucleare saudita, incluso l'eventuale impianto di arricchimento, che verrebbe costruito da aziende statunitensi se uno studio congiunto Usa-Arabia Saudita ne certificasse la necessità.È una rottura netta con il precedente fissato nel 2009 con gli Emirati Arabi Uniti, l'unico altro paese del Golfo con cui Washington ha un accordo nucleare civile. Abu Dhabi aveva accettato integralmente il Gold Standard e il Protocollo aggiuntivo, rinunciando per contratto a qualsiasi forma di arricchimento o riprocessamento. È lo standard che Amministrazioni sia repubblicane sia democratiche, da Bush a Obama, avevano sempre indicato come base di partenza per qualunque negoziato con Riad, compreso lo stesso Marco Rubio, che da senatore si era battuto per includere quelle garanzie in un eventuale accordo con i sauditi, e che oggi è segretario di stato della stessa Amministrazione che le ha appena tolte dal tavolo.Il testo, riferiscono le fonti citate dal New York Times, contiene anche due lettere riservate allegate all'intesa. L'Amministrazione le considera coperte da segreto per ragioni di sicurezza nazionale e di informazioni commercialmente sensibili, ma è materiale che una parte del Congresso potrebbe pretendere di vedere prima di votare. Una volta depositato, il testo entra in una finestra di revisione di circa 90 giorni di sessioni congressuali continuative. Se il Congresso non si muove, l'accordo entra automaticamente in vigore. Il Congresso potrà, al contrario, votare una risoluzione di disapprovazione, ma per bloccare l’accordo servirebbe una maggioranza qualificata capace di superare il veto presidenziale. Una sfida complessa, nonostante le critiche bipartisan e le preoccupazioni israeliane sul rischio di proliferazione. Alcuni politici di entrambi i partiti – tra i più attivi il senatore democratico Ed Markey, da anni sulla stessa linea – e diversi funzionari israeliani, hanno infatti espresso la loro opposizione all'accordo, temendo che l'Arabia possa utilizzare un progetto civile per sviluppare in futuro armi nucleari. Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha ripetuto più volte, dal 2018 in avanti, che se l'Iran si dotasse di armi nucleari l'Arabia Saudita farebbe senza dubbio lo stesso. Riad punta da anni a controllare l'intero ciclo del combustibile, arricchimento incluso: un obiettivo dichiarato apertamente dal suo ministro dell'Energia già nel 2019. L'accordo con Washington gli offre ora la cornice legale per arrivarci, qualcosa che né Obama né il primo Trump erano riusciti (o disposti) a concedere nei tentativi di negoziato del 2012 e del 2018, arenati proprio sulle condizioni di non proliferazione.L'intesa arriva dopo mesi di tensioni tra Washington e Riad: il rifiuto saudita di concedere lo spazio aereo per operazioni nel Golfo, i dubbi sulla strategia americana in medio oriente e la normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran mediata dalla Cina nel 2023. In questo contesto, la cooperazione nucleare diventa uno strumento per ricucire la relazione e consolidare un asse strategico che resta cruciale per entrambi i paesi. Così Trump prova a ricomprarsi un asse che sente scricchiolare e a garantire, nel frattempo, miliardi di dollari all'industria nucleare americana.

8 hours ago
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