Giuseppe Conte sta con Trump pur di scalzare Meloni
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Giuseppe Conte sta con Trump pur di scalzare Meloni

April 17, 2026
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Alle prese con la politica in generale, ma con quella italiana in particolare, non si è mai abbastanza maliziosi, come già raccomandava il tanto citato Giulio Andreotti. Che si vantava di “azzeccarci” ogni volta che pensava male, appunto, di qualcosa odi qualcuno. È durato solo 24 ore il sospetto, timore e quant’altro che finisse per essere rappresentata a sinistra, e dintorni, come una sceneggiata il duro scontro avvenuto fra Trump e Meloni, o viceversa.

Giuseppe Conte sta con Trump pur di scalzare Meloni

Il Trump “scioccato” dal giudizio severamente critico espresso dalla Meloni sui suoi attacchi al Papa, pur o soprattutto americano, che non condivide le guerre apocalittiche che il presidente degli Stati Uniti apre, conduce, interrompe e riprende per far tornare il nemico di turno all’“età della pietra”. La Meloni scioccata a sua volta dalla reazione di Trump, che l’ha accusata praticamente di non avere il coraggio che proprio lui le aveva internazionalmente attribuito dandole della “fantastica”. Scioccata, ripeto, anche lei e orgogliosa di avergliene cantate più forte di chiunque altro. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47299296]] Si sono sprecati commenti e vignette sui due “ex amici” e sulle derivabili prospettive di politica estera e interna. Ma ieri un giornale che Giuseppe Conte stesso ha raccontato di leggere ogni giorno, e forse qualche volta ispira con l’autorità conferitagli dal direttore che lo considera il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia dopo Camillo Benso di Cavour, ha gridato e stampato in rosso sangue in prima pagina: «Macchè rottura». È naturalmente Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che questa volta ha declassato a inutile la rubrichetta della Cattiveria che sistema ogni giorno in fondo pagina. Qualche volta, lo confesso, anche spiritosa ed efficace davvero nella sua stringatezza, quasi di scuola montanelliana, che d’altronde Travaglio ha frequentato in gioventù. La prova della sceneggiata, di quel “macchè rottura” è stata trovata o indicata nell’intenso traffico militare nella base americana di Aviano, al Nord, dove da un bel po’ di settimane transitano armi e mezzi utili alla guerra all’Iran, impediti invece di recente dal governo italiano nella base di Sigonella, al Sud. [[ge:kolumbus:liberoquotidiano:47285970]] Conte, per tornare a lui, “Giuseppi” come lo chiamò una volta Trump e gli è rimasto attaccato addosso per la variabilità delle sue opinioni e maggioranze realizzate prima a Palazzo Chigi e poi fuori, nello scontro pur farlocco fra lo stesso Trump e Meloni è riuscito a dare, sotto sotto, sorprendentemente ragione al presidente americano. Che egli ha considerato «tradito» - testuale - per chissà quale impegno preso con lui dalla Meloni e cestinato per difendere il Papa che elettoralmente pesa in Italia più che altrove. Anche nella gestione politica e propagandistica della rottura, vera o presunta, fra Trump e Meloni l’ex presidente pentastellato del Consiglio ha trovato l’occasione e il modo di distinguersi dalla segretaria del Pd scavalcandola nella corsa alla leadership del campo largo dell’alternativa al centro destra. E praticamente contestandone, pur tra saluti e bacini quando si incontrano nelle piazze e nei corridoi, la solidarietà al governo espressa con spirito istituzionale e bipartisan, nella impegnativa aula di Montecitorio, dopo gli attacchi del presidente americano. Le cosiddette primarie rimangono insomma, con la sua ambizione di tornare a Palazzo Chigi, al centro dell’azione e dei pensieri di Conte. Al quale deve avere criticamente pensato Walter Vetroni, il primo segretario del Pd, in questo passaggio, fra gli altri, del suo editoriale di ieri sul Corriere della Sera: «Tutti a parlare di primarie e a immaginare scenari che non si realizzeranno mai, fumosi, stantii, arzigogoli che prevedono, tanto tutto è già vinto, chi andrà a Palazzo Chigi, chi al Quirinale, chi alla presidenza di Camera e Senato».

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