Stretto di Hormuz chiuso, Europa e Cina facciano un passo avanti
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Stretto di Hormuz chiuso, Europa e Cina facciano un passo avanti

April 13, 2026
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Sono durati ben 21 ore i negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran, mediati dal Pakistan, e si sono conclusi con un nulla di fatto. Nella mattina di ieri entrambe le delegazioni hanno lasciato Islamabad, rilasciando dichiarazioni sintetiche. Gli Usa hanno fatto sapere che il mancato accordo «è più una cattiva notizia per l'Iran che per loro». Lo stesso Vance ha poi detto che «non hanno alcuna intenzione di abbandonare il programma nucleare», concludendo di aver consegnato a Teheran «un'ultima offerta».

Stretto di Hormuz chiuso, Europa e Cina facciano un passo avanti

Il regime iraniano, invece, ha fatto sapere, attraverso il ministro degli Esteri, che gli americani non hanno conquistato la loro fiducia e che «resta un divario su due o tre questioni importanti». Ha aggiunto che nessuno si aspettava grandi progressi e che «non c'è fretta», ma che Hormuz resterà chiuso. I tre temi sostanziali su cui si è giunti allo stallo sono stati: la riapertura e il controllo di Hormuz, le garanzie sul nucleare e il collegamento dell'accordo con il cessate il fuoco in Libano. Su tutti e tre, iraniani e americani non intendono transigere. Gli iraniani pensano di poter controllare il canale, avendolo minato, pur non avendo ormai più una marina e, a quanto dicono, non essendo più in grado di bonificarlo. Sul nucleare ritengono la richiesta USA illegittima. Sul Libano sono invece gli americani a ritenerla tale, trattandosi di un'altra questione. Ciò che ormai risulta chiaro è che la tregua è parzialmente saltata e che, se nel frattempo non vi saranno ulteriori negoziazioni o escalation militari, dopo il 22 aprile riprenderà una guerra d'attrito, con un'escalation graduale che potrebbe prolungare il conflitto. Nel frattempo, il presidente Trump aveva impegnato la marina americana nello «sminamento» dello Stretto di Hormuz, dicendo di occuparsene per tutto il mondo, «nonostante nessuno faccia niente», frecciatina a noi. Il colpo di scena è arrivato nel pomeriggio di ieri, quando sembrava calare il silenzio: Potus ha imposto il blocco navale dello Stretto, con l'obiettivo di isolare l'Iran e impedirgli ogni scambio commerciale. Quando Teheran dice di non avere fretta, intende sfruttare lo stress occidentale legato al rischio per gli approvvigionamenti energetici, sapendo che l'Europa aumenterà le sue pressioni sugli Usa e su Israele per un accordo a tutti i costi, invece di entrare in gioco in appoggio agli alleati. Gli ayatollah puntano anche sulle pressioni che Trump subisce dal mondo Maga, in vista delle elezioni di midterm. Per questo Trump non può restare immobile e dovrà presto chiudere la partita. Ha deciso di iniziare subito sparigliando le carte, facendo esattamente ciò che gli avversari non si aspettavano: chiudere del tutto lo Stretto, il che significa togliere ossigeno sia al regime sia alla Cina, principale beneficiario del petrolio iraniano. Così da esercitare sull'Iran e sui suoi partner la stessa pressione che loro intendono esercitare sugli Usa e sui loro alleati. Gli ayatollah sapevano che stavano perdendo militarmente la guerra e che, dalla loro, giocavano il tempo e le nostre paure. La crisi economica in Iran era già iniziata, le proteste represse nel sangue, ma il suo commercio non si era mai interrotto. Ora però la strategia trumpiana rischia di metterli in ginocchio, infatti non è tardato il comunicato nervoso e minaccioso dei pasdaran. Adesso la partita si complica e la palla è passata a due nuovi attori: l'Europa e la Cina, coloro che beneficiano maggiormente di quel passaggio marittimo. L'intento di Trump è chiaro: spingere il Vecchio Continente e il Dragone a prendere una posizione a difesa dei propri interessi. I primi dovrebbero schierarsi al fianco di Washington e i secondi dovrebbero convincere Teheran ad accettare un accordo. Solo così Hormuz, vitale per le economie di Europa, Iran e Cina, uscirà dal campo di battaglia. Speriamo che si sveglino prima a Bruxelles che a Pechino.

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