Scarpinato rivuole l'abuso d'ufficio e lo scioglimento dell'Antimafia
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Scarpinato rivuole l'abuso d'ufficio e lo scioglimento dell'Antimafia

April 13, 2026
IL Tempo
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«La Commissione antimafia va sciolta». Parola di Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo ed ora senatore del Movimento 5 Stelle, peraltro fresco vincitore di una maxi querela per diffamazione da oltre 100mila euro contro Piero Sansonetti, direttore dell'Unità. Il motivo dello scioglimento? La Commissione presieduta da Chiara Colosimo (Fratelli d'Italia) è espressione della maggioranza di centrodestra che fin dall'inizio del suo insediamento avrebbe remato contro il buon funzionamento della giustizia, mettendo ostacoli di ogni genere.

Scarpinato rivuole l'abuso d'ufficio e lo scioglimento dell'Antimafia

C'è, ovviamente, qualcosa di molto paradossale - per non dire grottesco - nel pensiero di Scarpinato, affidato ieri ad un lungo editoriale sul Fatto. Il paradosso diventa però beffa quando, tra le sue invettive, inserisce l'abolizione del reato di abuso d'ufficio, definito nientemeno che «strumento principe della gestione clientelare e para mafiosa del potere pubblico». Peccato che la realtà - quella concreta - racconti una storia diversa e, soprattutto, meno comoda per chi, come Scarpinato, continua a utilizzare categorie ideologiche fuori tempo massimo. I numeri, anzitutto. Non opinioni o suggestioni: numeri. Nel 2022, ultimo anno preso a riferimento, secondo i dati ufficiali del Consiglio superiore della magistratura, circa il 90 percento dei procedimenti per abuso d'ufficio si era concluso con un'archiviazione già nella fase delle indagini preliminari. Nel 2021 la percentuale era stata dell'87 percento. Tradotto: migliaia di cittadini – amministratori, sindaci, funzionari – erano stati iscritti nel registro degli indagati per poi uscirne senza alcuna condanna. Nel 2021, a fronte di oltre 4.700 iscrizioni, le condanne in dibattimento erano state appena 18. Questa era una «arma principe»? O, piuttosto, un meccanismo inceppato che produceva effetti devastanti sulla vita delle persone senza arrivare a una sentenza di colpevolezza? Ma c'è un dettaglio ancora più significativo, che smonta la narrazione di Scarpinato. I beneficiari immediati dell'abolizione del reato non furono i «colletti bianchi» evocati retoricamente, bensì gli stessi magistrati. Quanto accaduto, sempre al Csm, all'indomani dell'approvazione della legge che cancellava l'abuso d'ufficio, fu emblematico. Con voto unanime, il Plenum di Palazzo Bachelet dispose una maxi-archiviazione per decine di toghe che erano rimaste coinvolte in procedimenti per abuso d'ufficio. Una decisione formalmente ineccepibile – il reato era stato abrogato – ma imbarazzante per chi continuava a difendere quella fattispecie come baluardo di legalità. Tra gli archiviati comparivano infatti toghe di primo piano, iscritte nel registro degli indagati a seguito di denunce di cittadini poi finite nel nulla. La motivazione del Csm era stata asettica: il reato e le sue conseguenze non esistono più. Fine. Quei procedimenti, finché pendenti, bloccavano carriere, impedivano incarichi, pesavano sulle valutazioni professionali. Esattamente come accade a qualunque altro cittadino. Ecco allora la domanda inevitabile: dov'era, in questi casi, lo «strumento principe» contro il malaffare? E soprattutto: chi ha davvero beneficiato della sua abolizione? Mentre il Csm archiviava in massa, una parte della magistratura, con i suoi giornali di riferimento, tentava (e tenta) un'operazione che definire creativa è un eufemismo: resuscitare il reato cancellato dal Parlamento appigliandosi ad una non meglio precisata giurisprudenza europea. Un cortocircuito istituzionale in cui il potere giudiziario vuole rimettere in discussione una scelta legislativa che, piaccia o meno, rientra nelle prerogative del Parlamento. Lo ricordò con chiarezza il ministro Carlo Nordio: non si può dichiarare incostituzionale una legge che elimina un reato, se non in presenza di un vuoto normativo, sottolineando inoltre che l'abuso d'ufficio non era stato cancellato per favorire qualcuno, ma perché era una norma inefficace, sproporzionata e distorsiva. Una norma che alimentava la cosiddetta «paura della firma”», paralizzando amministrazioni e decisioni pubbliche, producendo più danni che benefici, più indagati che condannati, più sospetti che verità. Forse, il problema non è l'abolizione dell'abuso d'ufficio, ma la narrazione che continua a circondarlo. Una narrazione che ignora i dati, rimuove le evidenze e si rifugia in slogan buoni per ogni stagione. Invocare lo scioglimento della Commissione antimafia può avere un effetto mediatico, ma non cambia i fatti. E i fatti dicono che il sistema non funzionava. Che colpiva molto e puniva poco, creando un limbo giudiziario in cui finivano amministratori e – come dimostra la decisione del Csm – anche magistrati. Prima di lanciare anatemi, il grillino Scarpinato dovrebbe allora di fare i conti con la realtà. L'abuso d'ufficio non era garanzia di giustizia ma il contrario.

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