
Ora non si lasci campo libero alla narrazione anti Trump dell'asse Sanchez-Macron
April 1, 2026
IL Tempo
È possibile che il segretario di Stato Usa Rubio, il più convinto tifoso del legame transatlantico nell'amministrazione Trump, non si riferisse solo alla Spagna quando un paio di giorni fa ha osservato: «Se la Nato esiste solo perché noi difendiamo l'Europa in caso di attacco, ma loro ci negano il diritto di utilizzare le basi quando ne abbiamo bisogno, allora non è un buon accordo».

La decisione di negare l'utilizzo della base di Sigonella agli aerei Usa in missione verso l'Iran può rappresentare uno spartiacque per il governo Meloni. Qualcuno ha parlato di «momento Craxi», o «momento Sanchez». Il governo haprecisato che nulla è cambiato e non c'è freddezza con gli Usa: dove non è previsto automatismo, è necessaria una specifica autorizzazione all'uso della base. A discrezione del governo, che in questo caso ha ritenuto di negarla. Una questione procedurale, che però è diventata un caso, facendo il giro del mondo, quando qualcuno ha deciso di passarla al Corriere, forse per rispondere agli attacchi del Fatto Quotidiano sull'uso di Sigonella permissioni di guerra. Si poteva evitare. Il rispetto formale degli accordi (ci mancherebbe di non rispettarli) non cancella il timore che si sia sottovalutata la portata politica. Nessuno ci chiede di andare a bombardare. Ci è stato chiesto di contribuire, quando sarà il momento, a pattugliare lo Stretto di Hormuz e abbiamo risposto picche. Ribadire ad ogni occasione che «non è la nostra guerra», presentarla come un capriccio, e ora, al di là dei tecnicismi, negare una base strategica al nostro principale alleato, in un momento cruciale, per motivi essenzialmente di politica interna, può sembrare un sabotaggio. Comprensibile il disappunto per non essere stati consultati prima dell'inizio dell'operazione Epic Fury, ma ciò non autorizza a sacrificare i nostri interessi nazionali, che gravitano molto più nel quadrante mediorientale che sul fianco orientale della Nato, come quel marito che per dispetto alla moglie... ci siamo capiti. Informati o meno, che Trump sia simpatico o meno, il nostro interesse oggi è che Usa e Israele raggiungano prima possibile i loro obiettivi. Per i volumi di fonti energetiche e merci che transitano nello Stretto diretti in Europa; per la sicurezza dei nostri partner nel Golfo Persico, che stanno pagando un prezzo alto ma spingono perché sia «finito il lavoro»; per la stabilità dei mercati globali; per il nostro rapporto con gli Usa, il cui ombrello di sicurezza è imprescindibile. Da non trascurare che grazie all'ottimo rapporto con la Casa Bianca il governo Meloni può contare su un vantaggio competitivo in Europa, mentre da ora il rischio è di sprofondare tra gli ingrati scrocconi insieme a Sanchez, Macron e Starmer. Il processo di distanziamento da Trump, e ancor più da Netanyahu, è già in corso da tempo, ma oggi compie un passo più lungo della gamba. E sembra essere motivato, purtroppo, da ragioni di politica interna. Eppure, l'idea che la vicinanza a Trump e la guerra in Iran siano costate il referendum è smentita dai sondaggi, secondo cui la svolta a favore del «No» è avvenuta nella seconda metà di febbraio. Sebbene fin qui i consensi del centrodestra non ne abbiano risentito, non c'è dubbio che gli italiani abbiano un'opinione negativa di Trump e Netanyahu. Ma se è così, è anche perché in questi anni il centrodestra ha lasciato campo libero alla narrazione anti-trumpiana e ProPal, straripante sui media mainstream, senza contrapporre una narrazione alternativa, una propria cornice interpretativa degli eventi internazionali, permettendo così alle accuse della sinistra, basate su autentiche bufale, sia sul conflitto mediorientale che sulla politica trumpiana, di dilagare nell'opinione pubblica. Sono mancati volontà, coraggio o capacità di spiegare quanto le politiche trumpiane di difesa anche culturale del mondo occidentale e l'approccio, certo ruvido, del presidente Usa fossero funzionali ai cambiamenti in Europa auspicati dal centrodestra e dai suoi elettori. Immigrazione ed energia, per citare gli ambiti più importanti. Sarebbe un errore oggi cedere ancor di più il terreno a quella narrazione, perché il governo Meloni perderebbe il già debole ormeggio a due leader di destra che, piaccia o meno, stanno ridefinendo gli equilibri di potere globali a vantaggio dell'Occidente, non traendone nemmeno un sollievo politico interno, perché non c'è nulla che possa fare per scrollarsi di dosso l'accusa di essere «servo» degli Usa e di Israele, essendo essa strumentale tanto quanto l'accusa di «fascismo».
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