
«Quanto tempo ho a disposizione?». «Tra un’ora e due mesi», ha risposto Benjamin Netanyahu. A fare la domanda è stato Shlomi Binder, capo dell’Aman, il servizio di intelligence delle Forze di Difesa Israeliane che ha ideato e portato a termine le più sofisticate operazioni israeliane degli ultimi anni. Quanto durerà la guerra è la domanda cui nessuno sembra in grado di rispondere, ma l’unica certezza è che nessuno, in Israele, sarà influenzato dai sondaggi, dalle piazze e dalle università, dai social e dai podcast dove la propaganda pro-Pal veste la kefiah, urla di una Palestina libera “dal fiume al mare”, imbraccia le bandiere arcobaleno e quelle dei terroristi che vogliono l’impero islamico. I numeri sono impietosi: secondo un sondaggio Gallup di fine febbraio, per la prima volta in venticinque anni di rilevazioni gli americani simpatizzano più con i palestinesi che con gli israeliani. Nel mondo occidentale, la sinistra accusa lo Stato ebraico di apartheid o di genocidio o di entrambi, e per il nuovo isolazionismo della destra populista Israele è una sconfinata entità che avrebbe manovrato Trump per trascinare l’America in una guerra che non le appartiene. La battaglia per il soft power, Gerusalemme, l’ha bella che persa. Il suo hard power, invece, costruito con alleanze strategiche che da Washington arrivano ad Entebbe e da Berlino raggiungono Astana, non è mai stato così solido. La mutazione è avvenuta il 7 ottobre, il giorno dell’attacco di Hamas a Israele. Per decenni, lo Stato ebraico è stato fratello minore, con alterni imbarazzi, degli Stati Uniti. Basti pensare alle guerre del Golfo, quando Washington chiedeva a Gerusalemme di restare fuori dai giochi per non irritare gli alleati arabi. Oggi, di fronte all’evidenza dell’aggressività nucleare iraniana, la difesa di Israele è diventata la difesa della stabilità globale. «L’unione tra le forze americane e l’efficacia devastante dell’esercito israeliano è una macchina da guerra senza precedenti», ha detto il Segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth. Ma il pogrom di Hamas ha anche ridisegnato la mappa delle alleanze regionali. Paesi che fino a quel momento mantenevano un’ambiguità calcolata, sostenendo formalmente la causa palestinese ma coltivando rapporti silenziosi con Gerusalemme, sono stati costretti a scegliere. E la scelta è stata Gerusalemme. Quando Teheran ha colpito le monarchie del Golfo per spingere Washington a trattare, Arabia Saudita, Emirati e Bahrein invece di fare pressione sugli americani, hanno condannato il regime. E il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe invitato Trump a colpire l’Iran ancora più duramente. Per interesse, ovviamente: che succederebbe se, dopo aver investito centinaia di miliardi nel corso dei decenni perché Riad si affermi come centro di affari globale e crocevia delle tecnologie per l’Intelligenza artificiale, avesse ancora, a 150 chilometri di distanza, un vicino imprevedibile capace di lanciare missili nucleari e aizzare le sue milizie? LA SVOLTA ARABA E OLTRE Persino il Qatar, storicamente ambiguo, ha iniziato a cambiare rotta: il 7 ottobre 2023, Doha aveva attribuito «la responsabilità esclusiva» degli attacchi di Hamas a Israele. Poco meno di tre anni dopo, ha espulso diplomatici, spie e ufficiali militari iraniani, dopo che un missile di Teheran ha colpito uno dei suoi gasdotti. Una dichiarazione clamorosa di un consigliere presidenziale degli EAU ha affossato la Lega Araba: «Accettano solo aiuti ma non offrono alcun sostegno», ha detto. È la svolta verso una cooperazione più profonda con gli Usa e Israele, massimo esempio di un’alleanza di difesa. Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, avevano normalizzato i rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi (Emirati, Bahrein, Marocco, Sudan). Accolti con scetticismo da molti analisti, non solo hanno retto alla guerra ma si sono estesi. Il Kazakhstan, Paese a maggioranza musulmana, nel cuore dell’Asia centrale, con legami storici con Mosca, legami nuovi con la Cina e interessi economici in mezzo continente, ha aderito all’intesa. Che Astana abbia scelto di formalizzare i rapporti con Gerusalemme, cercando nella tecnologia militare e nell’intelligence israeliana una garanzia di sicurezza, racconta di una ridefinizione degli equilibri che va ben oltre il Medio Oriente. In Africa il cambiamento è ancora più visibile. Il generale ugandese Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Museveni, si è offerto pubblicamente di combattere al fianco di Israele contro l’Iran. L’Uganda è un Paese a maggioranza cristiana, con una lunga storia di legami con Gerusalemme, e la sua posizione riflette un sentimento diffuso nel continente, tra necessità di tecnologia agricola e minacce del jihadismo. Israele gode di sostegno in Kenya, in Ruanda, Etiopia, Ghana, e soprattutto nel Somaliland. Asset strategico sul Mar Rosso, fondamentale per il controllo delle rotte marittime globali, a gennaio 2026 Hargeisa ha siglato un accordo strategico con Gerusalemme. E in Europa? L’Ucraina, che ora offre le sue conoscenze militari a tutte monarchie del Golfo, ha imparato sulla propria pelle il concetto di sopravvivenza nazionale e condivide con Israele lo stesso nemico: i droni iraniani colpiscono Kiev così come colpiscono Tel Aviv. E la Germania è l’unica nazione europea in grado di difendersi da un missile iraniano. Come? Con il sistema di difesa aerea Arrow 3, di produzione israeliana. E non è solo una questione di armi. La decisione tedesca di aggirare l’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi finita al centro di pesanti accuse di collusione con il terrorismo, e di dirottare i fondi destinati alla Cisgiordania e a Gaza verso istituzioni alternative, segna una rottura storica. Per decenni Israele ha gridato nel deserto contro le derive di certe istituzioni internazionali; dopo la guerra a Gaza, la nazione più importante d’Europa ha ascoltato.
March 28, 2026