Ilaria Salis, il caso che non c'è: gridano al regime per un normale controllo
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Ilaria Salis, il caso che non c'è: gridano al regime per un normale controllo

March 29, 2026
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Non una perquisizione, come la deputata europea di Alleanza Verdi-Sinistra ha subito gridato ai quattro venti. Un controllo preventivo, atto dovuto su segnalazione Schengen arrivata dalla Germania. La Questura è stata chiarissima: documenti chiesti, verifica interrotta non appena riconosciuto chi fosse la signora, nessuna irruzione nella camera, nessun verbale, nessun legame con la manifestazione «No Kings» del pomeriggio.

Ilaria Salis, il caso che non c'è: gridano al regime per un normale controllo

Routine di cooperazione internazionale tra forze di polizia di due Paesi Ue. Niente di più, niente di meno. E invece, ecco il dramma. La Salis, europarlamentare eletta dal popolo italiano, si è precipitata sui social e davanti alle telecamere a denunciare un «fatto gravissimo», uno «Stato di polizia», un attentato alla democrazia europea. Ha sbandierato il suo mandato come un salvacondotto violato. Ha raccontato di essere stata «tenuta un'ora nella stanza» nonostante avesse detto «sono un'eurodeputata». Ha parlato di domande «intimidatorie» sul corteo e sugli «oggetti pericolosi». Ha evocato il «diktat di uno Stato estero». Ma come? Una rappresentante eletta del popolo usa la sua condizione di oggettivo privilegio per lamentarsi dell'applicazione delle regole? E per giunta su un'attività delle forze dell'ordine italiane eseguita su richiesta di un'altra nazione sovrana, la Germania? È un atteggiamento gravissimo e inaccettabile. Perché così Ilaria Salis diventa, né più né meno, la versione di sinistra del classico «lei non sa chi sono io». Il «lei non sa chi sono io» era roba da commendatori democristiani nei film degli anni '60, da potenti di regime che sventolavano tessere di partito o telefonini con il numero del ministro per far saltare una multa o un controllo. Lei, che si è sempre presentata come paladina degli oppressi, dei senza voce, dei migranti, degli antifascisti di professione, oggi scopre che le regole valgono per tutti tranne che per lei. Perché lei è speciale. Perché lei è eletta. Perché lei è «di sinistra». Pensateci. Un normale cittadino italiano, segnalato per qualsiasi motivo da un Paese Ue, si sarebbe visto fare le stesse domande senza tanti complimenti. La Salis no. La Salis trasforma un controllo di routine in un caso di Stato, in un assalto alla democrazia, in un complotto. E lo fa mentre sventola il suo passaporto europeo come uno scudo intoccabile. È il privilegio capovolto: non più il potente che schiaccia il debole, ma il finto «debole» di sinistra che pretende di essere più uguale degli altri. C'è un cinismo inquietante in questo atteggiamento. Ilaria Salis non è una qualunque. È una europarlamentare. Ha il dovere di rappresentare l'Italia intera, non solo la sua parrocchia ideologica. Ha il dovere di difendere le istituzioni, non di delegittimarle con urla da piazza. Invece ha scelto la strada più facile: quella della vittima. La stessa che aveva già percorso quando, in Ungheria, aveva trasformato una detenzione per fatti suoi in un martirio politico. Ora replica in casa, contro la Polizia italiana che esegue un ordine dovuto. Questo è il vero scandalo. Non il controllo all'alba in una stanza d'albergo. Ma l'idea che un eletto dal popolo possa ergersi al di sopra del popolo stesso, usando il proprio ruolo come lasciapassare per l'eccezione. È la sinistra che, dopo aver predicato uguaglianza per decenni, scopre di odiare le regole quando le si applicano anche a lei. È il «lei non sa chi sono io» con la bandiera rossa.

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