
La morte dovrebbe annullare ogni differenza e ridare a tutti noi quella uguale dignità che abbiamo come esseri umani. Di fronte alla morte siamo tutti uguali. Non ci sono perciò omicidi politici condannabili e altri meno. È un elementare principio di civiltà e di cristiana pietà che però non sembra aver valore se ad essere colpito da mano assassina è un militante di destra. Il sottinteso, non sempre inconscio, è che in fondo quella orrenda fine se l’è cercata perché ha fatto proprie idee non ritenute conformi all’etica stabilita da centrali del potere che pretendono di essere esclusive. Questo dispositivo psicologico lo abbiamo visto all’opera in America dopo la morte di Charlie Kirk nel settembre dell’anno scorso e lo vediamo in azione ora in Francia a un mese e mezzo dal brutale assassinio di Quentin Deranque, il giovane di destra morto dopo un pestaggio compito da almeno una mezza dozzina di attivista di sinistra a Lione il 14 febbraio scorso. La presidente dell’Assemblea nazionale francese, Yael Braun-Pivet, non ha perso infatti un minuto di tempo dopo le rivelazioni, ancora tutte da verificare, della rivista online Mediapart che avrebbe scoperto una serie di post razzisti, xenofobi e filonazista su profili di X anonimi riconducibili al giovane barbaramente ucciso. La Braun-Pivet, ex socialista ed esponente del partito di Macron, si è detta in un’intervista pentita e rammaricata che l’assemblea da lei presieduta abbia osservato un minuto di silenzio nell’emiciclo in omaggio a Deranque dopo la sua morte. Aggiungendo che la decisione non sarebbe stata sicuramente presa dai gruppi presenti a Palais Bourbon se si fosse stati a conoscenza di questi post che contraddicono l’immagine di cattolico tradizionalista ma pacifista che di Deranque si era data. Sourtout pas trop de zéle avrebbe detto un illustre cittadino d’oltralpe di due secoli fa, il raffinato ministro e diplomatico Talleyrand. La perduta sapienza politica avrebbe dovuto suggerire alla Braun-Pivet di aspettare qualche più solida prova di quelle addotte da giornalisti probabilmente tendenziosi, che pur di infangare l’immagine del giovane ucciso si sono messi a rovistare nei rifiuti del web. E che a conferma della vera identità, a loro dire, di Deranque hanno riportato le dichiarazioni di una persona che lo conosceva bene. Il fatto però che costui abbia voluto conservare l’anonimato fa perdere ogni credibilità alla testimonianza. La reazione più saggia è stata comunque quella di Fabien Rajon, l’avvocato dei genitori della giovane vittima di Lione: «Questi tweet egli ha detto -. Se fossero veri sono evidentemente da condannare. Ciò però non giustifica il linciaggio di Quentin anche dopo la morte». In effetti, proprio di linciaggio si tratta. Con il risultato di fomentare l’odio e di non avere quella necessaria pietà umana che dovremmo avere anche verso i nostri più acerrimi avversari una volta che hanno raggiunto la terra dei più. Soprattutto se ciò è avvenuto nelle circostanze barbariche che abbiamo visto all’opera nell’agguato di Lione.
March 27, 2026